Web 2.0: come sentirsi diversi, pur essendo uguali agli altri

Fra i grandi crimini del web 2.0 c’è quello di aver sdoganato le parole e le immagini di una massa inerme ed inespressiva di individui ed averla fatta diventare un insieme di soggetti desiderosi di apparire, dinanzi agli altri, esclusivi o quanto meno degni di nota.

Nel coacervo rappresentato dal web 2.0, il ruolo maggiore in qualità di artefice di questa deriva mediocre dell’esistenza – specie quella europea – c’è senz’altro Facebook. Oggi, a dieci anni dalla sua nascita, possiamo affermare che il social network realizzato da Marck Zuckerberg ha modificato per sempre il modo di relazionarsi degli esseri umani. E che lo ha fatto in peggio.

iù volte abbiamo lodato le indiscusse potenzialità di uno strumento come Facebook: veicolare le notizie, produrre informazione dal basso, raggiungere occhi ed orecchie altrimenti irraggiungibili; la politica, ad esempio, si è spostata sul web 2.0 ed in alcuni casi è stato un bene.

Purtroppo, però, c’è l’aspetto squisitamente individualistico del fenomeno: tramite Facebook, infatti, la massa può prodursi nel proporre un spettacolo di varia umanità (per rubare i versi di De André) il quale, però, a conti fatti non ha in sé nessuna individualità particolarmente diversa dalle altre. L ’obbiettivo è sempre lo stesso: un I Like It in più.

Per farlo si ricorre un po’ a tutto: immagini e fotografie di nudo (nei casi di personalità particolarmente esibizioniste), di effetti vedo/non vedo fino ad immagini analizzate al dettaglio. Di poi, l’arma maggiore è il post: le parole scelte ad hoc, le frasi più o meno celate da interpretare così da lasciare di stucco.

Insomma… un’enorme società dell’apparire che lascia soltanto la vaga impressione, negli utenti, di essere diversi dagli altri. In realtà con il passare dei giorni, siamo sempre di più tutti uguali agli altri. In questo il web 2.0 ha una responsabilità enorme, sprovvista di pene appropriate.

 

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